Quello che una fotografia racconta

Per la prima volta riceviamo e pubblichiamo un articolo scritto da un “esterno”, con l’auspicio che ne segua una lunga serie! Il tema è ovviamente storico ed è tutto costruito attorno ad una antica e meravigliosa foto di famiglia. L’autore è Paolo Luzi, che ringraziamo per l’appassionato contributo!

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Cosa ci può raccontare una vecchia fotografia ingiallita dal tempo, bucherellata e macchiata per l’incuria con cui è stata però conservata per tanto tempo, magari infilata dietro al vetro della vetrina della cucina o dentro al primo cassetto del comò della camera da letto?

Ci può raccontare tante cose, ci può portare magicamente indietro nel tempo, come quando da bambino, guardando quest’immagine, pensavo che i miei avi, con quei cappelli, quei baffoni e quei fucili fossero vissuti nel lontano far west mentre con ogni probabilità erano nati e vissuti a San Michele al Fiume senza spostarsi mai di tanto.

La Famiglia Pompili nel 1907

La fotografia ritrae mia nonna Giuseppina Pompili, in braccio alla mamma quando aveva solo qualche mese (per cui possiamo datare la fotografia verso la fine del 1907) assieme a tutto il suo nucleo familiare.

Ci racconta quindi di una famiglia patriarcale, dove sono presenti almeno tre generazioni che convivono assieme.

E’ chiaramente una fotografia di posa, tutti i componenti indossano i loro vestiti della festa, tutti gli uomini sono in giacca e cravatta e portano all’occhiello o al taschino un fiore, la ragazza all’estrema sinistra e la signora al centro hanno in mano un mazzolino di fiori.

E’ una foto delle grandi occasioni, di quelle che all’epoca venivano scattate raramente, per la quale bisognava prepararsi con cura, indossare le scarpe, mostrare quelle che erano le proprie passioni: il fucile da caccia per il ragazzo alla sinistra, evidentemente con la forte passione venatoria e l’organetto dell’uomo seduto al centro della foto, che chissà in quante occasioni avrà allietato le giornate di festa.

Vengono ritratti bambini e anziani e un posto di riguardo l’occupa la nonna vestita di nero, con i capelli intrecciati, che tiene teneramente per mano un nipotino.

Sempre al centro dell’immagine c’è l’anziano con i baffi bianchi che versa, in un bel bicchiere, il vino da lui prodotto, di cui sicuramente andava orgoglioso.

Fanno tenerezza questi abitanti della San Michele di inizio XX secolo, vestiti con fogge ancora ottocentesche, ma con pizzico di eleganza: come la ragazza che porta posato intorno al collo un bel fazzoletto o le donne sposate con gli immancabili orecchini (buculin).

Certamente degli uomini e delle donne legati al lavoro della terra a giudicare dalle mani e dai visi abbronzati, ma consci di un dignitoso benessere.

Questa fotografia ci parla quindi di gente legata al proprio territorio da cui traeva sostentamento per tutta la famiglia.

Una cosa che oggigiorno è per noi curiosa è che nessuna delle persone ritratte, neanche qualcuno dei più piccoli sorride, tutti hanno un atteggiamento serioso, in ogni caso nessuno mostra il sorriso.
Probabilmente ciò è dovuto ai lunghi tempi di attesa prima di scattare la fotografia, per cui un sorriso sarebbe diventato una sorta di ghigno.

Spesso anche il retro di una fotografia rivela delle sorprese e ci può dire qualche cosa.
In questo caso riporta la seguente scritta a matita ed in corsivo: “ricordo da Mondavio, saluti da tuo fratello Ernest Pompili”.
Non ho purtroppo idea di chi fosse questo Ernest Pompili, che si firmava con un accento esterofilo, che sia qualcuno emigrato in America?

La foto ci dice anche che da San Michele molti sono dovuti emigrare?
Probabile, perché quale famiglia non può vantare un parente emigrato negli Stati Uniti o in Canada o in Argentina e quali e quante storie ci potrebbero raccontare le fotografie inviate da questi lontani parenti?

Sarebbe molto bello se qualcuno vedendo questa fotografia potesse raccontare altre cose ancora, quel che è certo è che una fotografia può raccontarci molto e farci immaginare cose e mondi passati.

 Paolo Luzi

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