I molini di Mondavio

In questo articolo si parla dei tre storici molini che erano presenti nel Comune di Mondavio. Erano nella vallata del Cesano, a San Michele, al Passo di Corinaldo e a San Filippo. E le loro origini erano antichissime!

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Il primo sviluppo dell’economia occidentale viene collocato tra il VI e l’VIII secolo[1]. Il mulino ad acqua (aquimolo: mulino ad acqua con macina azionata da forza idraulica), già conosciuto nel Basso Impero, trova  in questo periodo la sua prima diffusione e la sua generalizzazione tra il IX e l’XI secolo. Dal Medioevo fino ai primi del ‘900, il mulino costituì una delle realtà produttive più importanti ed ebbe una peculiare funzione sociale come punto d’incontro.

Il mulino era anche un punto di ritrovo per i viaggiatori che vi chiedevano albergo dopo giorni di faticoso cammino.

“I cittadini – scrive Daniele Salucci, autore di un approfondito studio sui mulini – di notte chiudevano le porte della città e di giorno pensavano a rafforzare le mura. I mugnai invece sfidavano briganti, si difendevano come potevano spesso anche dagli stessi soldati.”[2]

Ricostruzione grafica del percorso del Vallato sul territorio di Mondavio, con indicati i tre molini di cui parla questo articolo.

I mulini mondaviesi, ubicati in prossimità del Cesano, sono stati attivi fino al passaggio del “fronte” quando i tedeschi in ritirata hanno fatto saltare in aria il mulino di San Michele al Fiume (del Comune) e del Passo di Corinaldo (mulino della Capanna). Risparmiato dalla distruzione e tutt’ora in piedi, il mulino “della Torre” di San Filippo sul Cesano ha continuato nella sua attività fino al 1972.

L’antico molino “Torre”, che si trova a San Filippo sul Cesano proprio lungo la strada Pergolese. Questa foto è stata scattata nel 2016.

Il 9 novembre 1951 partiva dalla Ditta F.lli Pierfederici, Molino in Cereali, indirizzata alla Commissione del Pubblico Ornato di Mondavio, questa lettera:

“La intestata Ditta è venuta nella determinazione di ricostruire il fabbricato danneggiato da eventi bellici da adibirsi ad uso opificio industriale (molino con annessa abitazione).
A tal uopo si unisce schizzo del prospetto di tale fabbricato.
Con osservanza.
p. F.lli Pierfederici
Tarquinio Pierfederici”

Qualche mese più tardi, il 4 febbraio 1952, Bruno Olivieri, per il Sindaco di Mondavio (che all’epoca era Nazzareno Cavanna), così rispondeva:

“Previo il parere favorevole espresso da questa commissione edilizia nella sua adunanza del 2 corrente, autorizzo codesta Ditta a ricostruire il fabbricato posto in S. Michele danneggiato dalla guerra, per uso edificio industriale, molino da cereali con annessa abitazione. in conformità al disegno allegato alla domanda qui presentata.
Con stima.”

Venne così ricostruito il mulino, dotato di moderni impianti, rimasto attivo fino agli anni ’70.

Il mulino di San Michele al Fiume si trova nominato, per la prima volta, nel documento della donazione di Anseramo figlio del fu Beraldo all’eremo di Santa Croce di Fonte Avellana nel 1110; tra i confini troviamo: “la metà delle acque (bottaccio) del molino in cui cominciò a lavorare Amico de Urso”. E, indirettamente, in quello del 4 aprile 1155, della donazione di Pietro de Guiduccio di Guido e Leonardo sui figlio a Savino priore dell’eremo di Santa Croce di Fonte Avellana dove, tra i confini, oltre alla via che viene da San Pietro e va a San Michele, al secondo lato, troviamo al terzo: “la stessa chiusa che una volta fu di Trasberto di Viviano e oggi appartiene a Santa Croce”.

Nel 1376[3] si convoca a Mondavio il parlamento contro Pietro di Cante di Montevecchio e viene invitata anche la Comunità di Fano, che però rifiuta non riconoscendo l’autorità del Vicario. Ne viene coinvolto Galeotto (Malatesta) che fa demolire i mulini posseduti dal Montevecchio in Mondavio.

A partire dal 1490, per oltre un secolo, i mulini furono oggetto di bellicose contese fra mondaviesi e corinaldesi. Se ne ha memoria nei documenti conservati a Mondavio[4], nel fondo comunale sez. Archivio di Stato e nella cronaca dell’abate corinaldese Cimarelli[5].

Prima metà del sec. XVIII – “Pianta del Vallato Grande, in uso al Molino di sopra, e vallatello. – Causa tra Corinaldo e Mondavio circa il fiume Cesano.”
Documento conservato presso l’archivio storico del Comune di Corinaldo (sez. I, Diplomatico cartaceo, 99: f. sc. s.d.), pubblicato in “L’Archivio del Comune di Corinaldo Antico Regime e Aggregati”.

È noto come il casamento, più volte rimaneggiato, che ospita le famiglie Clini, Tomasetti e Tontini, sia stato anticamente sede di un mulino! Il compianto Antonio Clini, al momento della ristrutturazione dell’edificio, mi confermò che i lavori avevano riscoperto le volte dell’impianto motore della macina del “Molino della Vischia”.

Molino della “Torraccia” o della “Vischia” di San Michele al Fiume.
Poi casa colonica; poi abitazione famiglie Bacchiocchi, Mattioli, De Angelis.
Oggi, in seguito a una radicale ristrutturazione, l’aspetto dell’edificio è completamente cambiato e le famiglie che lo abitano sono Tontini, Clini e Tomasetti.
(disegno di G. Pierangeli).

Il “vallato” che, partendo dalla confluenza del Rio Freddo e del Rio Maggio con il fiume Cesano, in località Cirenaica, alimentava il mulino di San Michele era stato realizzato dai monaci laurentini[6] affiancando un argine al terrazzamento naturale in cui, in epoche remote, arrivavano le acque del Cesano.

Ho anche un personale ricordo del tratto di “vallato” che, da casa Agostinelli, scendeva fino al sottostante mulino per poi proseguire fino alla “Canala” e oltre.

Questo tracciato dell’originaria “derivazione” fu modificato nel momento in cui venne costruito il nuovo mulino, a pianta quadrata, giunto fino al secondo conflitto mondiale.

Esemplare era l’opera di canalizzazione realizzata dai Cistercensi di San Lorenzo in Campo di cui restano tracce di chiuse e paratie e del condotto in legno, gettato sul Rio di San Michele, per far arrivare l’acqua fino al Passo di Corinaldo e San Filippo sul Cesano. La “Canala”  verrà poi realizzata in muratura, nel 1831, dalla famiglia Spinaci che aveva avuto in enfiteusi i tre mulini.

L’arco della “Canala”, edificato nel 1831, nel 2003, sebbene avvolto nella vegetazione e in disuso ormai da decenni, era ancora in piedi nel 2003. Crollerà poi nel 2012.

Ritroviamo i nostri mulini nella relazione del 3 ottobre 1723[7] del Capo Mastro muratore di Sinigaglia Giovan Battista Banderati, insieme al sig. uditore Luigi Gherardi, deputato del Presidente della Legazione d’Urbino,

sulla perizia per i danni causati dal Cesano agli argini e tavolato di detto fiume, sopra la refezione del nuovo ponte in luogo detto il mulino della Torre, sopra la riattazione dei tre mulini e del fosso a riparo del ponte di Fonte Boccale:
– Molino del Comune (S. Michele al Fiume)
– Molino della Capanna (Passo di Corinaldo)
– Molino della Torre (S. Filippo sul Cesano)
e la località denominata “punta della Vischia detta Torraccia”.

1782 – “Mappa dei mulini del retroterra senigalliese (da F. Braudel, Les Structures du quotidien, Armand Colin, Paris 1979, p. 117)”
La mappa è ribaltata rispetto al solito (il nord è sotto) e dunque i nostri molini si trovano nella parte in basso, insieme all’altro della zona che si trova dalla stessa parte del Cesano: il molino del Perugino sul territorio di San Lorenzo in Campo, poco distante dal Pianaccio.

Ancora, nella “Mappa dei mulini del retroterra senigalliese” di F. Braudel del 1782, troviamo:
– Molino Vischia (S. Michele al Fiume)
– Molino Capanne (Passo di Corinaldo)
– Molino la Torre (S. Filippo sul Cesano)

1788 – Le prime righe dello “Stato d’Anime della Campagna della Terra di Mondavio”, dove sono elencate le famiglie che abitano “Al primo Molino” e a “S. Michele”.

Nello “Stato d’Anime della Campagna della Terra di Mondavio” del 1788, viene fatto il censimento degli occupanti e abitazioni poste lungo la strada che, dalla “Croce” arriva a San Filippo sul Cesano (attuale Cesanense).
Il primo molino (S. Michele al Fiume):
– Pietro Betti;
Di seguito, al toponimo “S. Michele”:
– Anastasia Storoni;
Torraccia:
– Giovan Battista Ghetti e Nicola Minucci;
Molino della Capanna (Passo di Corinaldo):
– Giorgio Giovagnoli e Caterina Orciari, nella propria casa;
Molino Ultimo (S. Filippo sul Cesano):
– Sebastiano Orciari e il garzone Giulio.
L’elenco comprende anche i nomi dei familiari dei soggetti sunnominati.

Fino ad arrivare al 1830, con l’enfiteusi (affitto rinnovabile a terza generazione mascolina) dei tre molini a grano di Mondavio da parte della Reverenda Camera Apostolica, nella persona di Sua Eccellenza il Principe Antonio Boncompagni Ludovisi, Duca di Sora Direttorio, a favore dei fratelli Sante, Giovanni e Girolamo Spinaci per l’annuo canone di 500 scudi:
– Molino Comune (S. Michele al Fiume);
– Molino Cappanne (Passo di Corinaldo);
– Molino Torre (S. Filippo sul Cesano).

1830 – Prima pagina del Contratto di enfiteusi dei tre molini presenti sul territorio “della Comune di Mondavio” fatta dalla Reverenda Camera Apostolica a favore dei fratelli Spinaci (nell’atto scritto con due c: “Spinacci”). Questa copia è conservata presso l’archivio Pierfederici.

Da questa nostra ricostruzione risulta evidente come il mulino di San Michele al Fiume abbia, nei secoli, avuto diverse ubicazioni. Potremmo avanzare l’ipotesi che dopo la distruzione del 1376, da parte di Galeotto Malatesta, il mulino sia stato ricostruito in località diversa da quella originaria, probabilmente alla punta della “Vischia” detta “Torraccia”, prima dell’ultima, definitiva, collocazione.

Un ringraziamento particolarmente sentito al compianto Edgardo Polverari che mi fece dono della lettera della famiglia Pierfederici, inviata al Comune di Mondavio, per la richiesta dell’autorizzazione a ricostruire il mulino di San Michele al Fiume.

 

Giuseppe Pierangeli

20/8/2020

 

[1] Anno Mille – Storia Dossier – Michel Sot – 1/11/1986
[2] L’attività del mugnaio era regolamentata da precise norme:
“Item che li molinari non possano tenere molectura se non con quella che li serà ordinata, iustata et bullata per li deputati del Consiglio supradicto, sotto pena di uno ducato d’oro” e “che nisciuno possa tenere bestiame ovine ne caprine nella cona del Comune in la verso el fiume sotto pena de dodice soldi per bestia e per ciascuna volta”.
da MONDAVIO, dalle origini alla fine del Ducato di Urbino (1631) – Alberto Polverari – 1984 – pp. 197-198 (“Decreti e capitoli di Giovanni Della Rovere e di Giovanna prefettessa, sua consorte (1476-1506)”)
[3] Memorie Istoriche della Città di Fano, I – Pietro Maria Amiani – pp. 297-298
[4] Libro de’ Specchi, n. 149 – pag. 105
[5] Istorie dello Stato d’Urbino – Vincenzo Maria Cimarelli – Brescia, 1642
[6] Il recupero delle zone incolte avviene ad opera dei monaci i quali, secondo la regola di San Benedetto “ora et labora”, lentamente disboscano, dissodano, canalizzano le acque e riportano la fertilità.
[7] Relazione del 3 ottobre 1723:
“il ponte sul molino della Torre posto nella strada pubblica che conduce da Mondavio a Sinigaglia: questo si è trovato in stato di non potersi risarcire, stante che avente il torrente mangiato le due spalle, ha portato via una passina di detto ponte etc…
Si è considerato il luogo più proprio, più stabile e di minor spesa di rifarlo più tosto cinquanta piedi più sotto e, prese le dovute misure a detto ponte, si è considerato farlo di lunghezza di piedi quaranta e di larghezza piedi otto;
– al molino della Torre vi bisognano due speroni alla muraglia appontellata (madoni numero cinquecento), stagnare il cannellone et accomedare la porta verso il fiume;
– visitato come sopra l’altro molino della Capanna vi occorre due travi uno al tetto, e l’altro a il solaro di piedi 15 l’uno, deve risarcirsi il ponte di pietra che traversa il vallato a andar a Corinaldo (madoni trecento);
– seguitando la visita generale… si venne al Molino detto del Comune, ove fu necessario rifare un pezzo di volta sotto la macina. Per rifare in detto molino un pezzo di spalliera della parata sopra il Molino madoni numero 400;
– ritornando al fiume Cesano al luogo detto la Cuona di Pietro sotto la fornace vi è bisogno di slongare nella testa lo sperone a lunghezza di trenta piedi vi occorrono pali n. 20. Vi occorre anche un cestone;
– proseguendo più sopra nella punta della Vischia detta Torraccia vi occorre un forte cavallo di piedi venti;
– proseguendosi sopra, essendogli obbligata, come si asserisce la Comunità di rialzare il vallato senza argine di piedi ottanta;
– proseguendo sopra; sotto il tavolato a lunghezza di piedi 170: vi occorre di batter molti pali, e molti metterne di nuovo in numero di 85 con la sua invimminatura;
– proseguendo più sopra si è riconosciuto esser stato portato via dall’acque del fiume un pezzo di tavolato, di lunghezza di piedi duecento;
– proseguendo più sopra vicino e sino alla portella del vallato, si è riconosciuto esser restato in piedi il tavolato a lunghezza di piedi 90 al quale dalla parte di fuori bisogna rinnovarsi il tavolato;
– proseguendo più sopra nella testa del tavolato verso la montagna, sopra e verso dove si piglia l’acqua e il vallato si deve fare una invimminata;
– fu visitato il ponte detto della Fonte Boccale, dove l’acqua d’un rapido torrente scava profondamente il fosso, e si conosce altra volta esser stato portato via ultimamente un altro ponte, e a rimediare all’imminente pericolo occorrono tre chiuse a il quale effetto vi bisognano pali 50;
– la spesa per il ponte Molino della Torre 173
(garantito in legno di rovere)
– per li tre molini suddetti  13  19
– per il fiume Cesano e  Ponte Fonte Boccale 147 72
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