Val di Vetrica

Valdiveltrica, tipica meta delle passeggiate in campagna di sanmichelesi e mondaviesi, ha una lunga storia. In questo articolo sono descritti tutti i passaggi principali, che si articolano attraverso i toponimi di “San Pietro in Bulgaria”, “Val di Vetrica” e “Santa Maria in Croce”.

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VAL DI VETRICA

La Cappella o Oratorio e il Castello di San Pietro in Bulgaria, oggi Valdiveltrica

primi anni ’40 – Azione Cattolica femminile sanmichelese durante una scampagnata a Valdiveltrica

È difficile sfuggire alla suggestione che il luogo esercita in quanti si recano a visitarlo. La splendida posizione, le bellezze paesaggistiche circostanti, l’ambiente ancora intatto, fanno di Valdiveltrica una località unica, purtroppo non ancora valorizzata.

Così, nel 1989, concludevo la mia ricerca pubblicata sul mensile “La Nostra Valle” del compianto don Fauno Bino Binotti. Qualche tempo dopo la signora Norina Ginevri, erede della famiglia proprietaria del complesso edilizio, mise mano ad un progetto di ristrutturazione per trasformare l’ottocentesco “Casino di Villeggiatura” in un moderno ristorante.

1987 – Come si presentava all’epoca il complesso edilizio di Valdiveltrica

Purtroppo la morte la colse mentre erano in corso i lavori impedendole di proseguire il suo progetto. Nel 2002, portata a termine l’opera, dai nuovi proprietari, è stata inaugurata la “Country House Villa Ginevri”, diventata in seguito “Casa Ginevri” e, oggi, “Borgo Solidale Valdiveltrica”.

dal 2002 ad oggi – Storia recente dell’edificio di Valdiveltrica, attraverso le varie gestioni della struttura rinnovata

Ma vediamo come sia avvenuta questa trasformazione, che ha portato, attraverso i secoli, l’antica chiesa e castello di San Pietro in Bulgaria, all’attuale realtà.

Il 7 marzo 1001 fu redatto a Perugia il Diploma Imperiale che porta la firma autografa di Ottone III col suo sigillo. Fra i possessi elencati, troviamo: la Cappella o Oratorio di San Pietro in Bulgaria insieme al Castello e la Corte annessa. Questi beni appartenevano al Monastero di San Lorenzo in Campo. Gli stessi vocaboli si ritrovano nella Bolla Pontificia di Pasquale II del 1112 e in quella di Anastasio IV del 1153.

Della “Terra Bulgarorum” si hanno numerosi documenti; fra questi la concessione del 1° gennaio 1120 a Paolino e Vivolo, figli del fu Atto, ed a Berta loro madre di tre moggi di selva e terra nel fondo San Pietro dei Bulgari da parte di Mainardo Abate di San Lorenzo in Campo.

So che gli Antonini – scrive il Seta[1] – hebbero la Signoria del Castello di San Pietro e vennero giù da Faenza

Non ci è dato sapere quando la nobile famiglia prese possesso del feudo. L’Abbazia di San Lorenzo in Campo, proprietaria del bene, venne – secondo Costanzo Micci[2] – edificata su un terreno che apparteneva al Monastero Ravennate di Sant’Apollinare in Classe. La correlazione dei rapporti tra il Monastero Classense e l’Abbazia Laurentina, documentati già dal 782 d.C., potrebbe essere alla base dell’assegnazione della Signoria ai faentini Antonini.

I confini del feudo erano: il territorio di Mondavio, separato dal rio di San Michele detto Saletto o Saliceto; il fiume Cesano; il territorio di Monte Porzio delimitato dalla strada che sale a Montecucco e il territorio di Orciano. Sicuramente gli Antonini hanno mantenuto i loro diritti sul bene fino al 1178[3], ed oltre, quando venne edificato il nuovo Castello di Mondavio.

primi anni ’30 – Gruppo mondaviese durante una scampagnata a Valdiveltrica, in uno scatto di Luigi Peroni

Con l’incastellamento i Bizantini di Sant’Eleuterio (nella Corte del Castellaro), gli scampati suasani del Castello dell’Aguzza e i longobardi del Castellaro stesso “edificarono le loro case molte delle quali indicano più a Palazzo de Grandi – scrive il Seta[4] – che a case di privati o povere persone. Le prime furono de Ricci e degli Antonini”.

Continuò ad avere giurisdizione sul territorio la chiesa di San Pietro (già dal XIV secolo parrocchiale) fino al 26 aprile 1449, quando il Vescovo di Fano Giovanni De Tonsis tolse il titolo e lo “collegiò” con quello della Chiesa di San Paterniano dentro Mondavio.

Testimonianza del successivo utilizzo della Chiesa di San Pietro, ci viene dalla cartografia antica[5] con il toponimo “Zoccolanti” (Monaci appartenenti all’Ordine dei Minori Osservanti) e dalla nota di tutta la spesa occorrente pel funere del fu Girolamo Mariotti, fatta l’11 gennaio 1795 in Mondavio, dal canonico Francesco Celli su ordine di Francesco Forchielli a norma della disposizione testamentaria fatta dal medesimo defunto:  “fra le altre voci, per messe 8 alli Padri Zoccolanti”.

1626 – Dettaglio di una delle mappe costituenti il Codice Barberiniano, redatte da Francesco Mingucci. In questa è visibile il toponimo “Zoccolanti” tra Mondavio, Orciano e Monte il Porco (Monte Porzio), quindi presumibilmente proprio presso l’attuale Valdiveltrica. (copyright © Biblioteca Apostolica Vaticana)

Con l’avvento Napoleonico vennero confiscati i beni immobili appartenenti alle famiglie monastiche che divennero beni allodiali del Re e del Viceré. Un Decreto Imperiale del 25 aprile 1810 ordinava, qualora non fosse ancora stato fatto

che fossero soppressi in tutto il Regno le Compagnie, le Congregazioni e le Associazioni Ecclesiastiche ad eccezione dei Capitoli della Cattedrali; che fossero sostituiti sia i religiosi applicati agli ospedali sia le suore addette alle case di educazione delle fanciulle, che i beni immobili fossero confiscati e passati al Demanio e che agli individui delle Società disciolte fosse concessa una pensione vitalizia (Bollettino n. 77, anno 1810).

Dopo l’allontanamento della famiglia monastica, Valdiveltrica viene acquistata dalla nobile famiglia pergolese Ginevri-Blasi. Gaetano Ginevri senior fece costruire ai primi dell’800 il “Casino di Villeggiatura” e la cappella gentilizia, che vennero affiancati all’ex-chiesa di San Pietro ed alla costruzione annessa, inglobandoli in un unico grande complesso.

anni ’40 – Foto scattata probabilmente durante l’organizzazione di una Festa di Valdiveltrica. Sono presenti infatti i parroci di San Michele, Mondavio e Orciano e due coloni della zona. L’organizzazione della festa era a carico ogni anno proprio di due coloni a turno.

Famosa era la festa che si svolgeva nella quarta domenica del mese di aprile con grande afflusso di gente della zona di Mondavio e dintorni, celebrata a spese dei coloni della contrada, retaggio probabile di antica usanza padronale.

6/6/2020

G. Pierangeli

 

POST SCRIPTUM

Nel 1987, in occasione dei festeggiamenti per i 50 anni di presenza pastorale di don Domenico a San Michele al Fiume, ebbi ospiti don Alberto Polverari e don Silverio Angeletti, collaboratore de “La Voce Misena” e celebrante alle mie nozze.

Dopo pranzo, a bordo della “Diane” di don Silverio, abbiamo affrontato la ripida salita che dal Ponte San Pietro conduce a Valdiveltrica. Di fronte all’antica chiesa di San Pietro dissi all’eminente studioso: «Vede Monsignore, questa è la chiesa che lei, attraverso le sue ricerche, ha ubicato ai confini tra Orciano, Mondavio e Monte Porzio.» E lui, col solito cipiglio, mi rispose: «Non fare tanto il galletto… io l’ho individuata sui documenti! Tu stai sul posto…». Questo a testimonianza di quanto sia fondamentale, oltre alla ricerca documentaria, l’indagine sul territorio.

Riproduzione della Copia della Mappa del Catasto Pontificio denominata “Val di Vetrica”, realizzata nel 1855 e conservata presso l’Archivio di Stato di Pesaro.

Nel 1991 usciva il libro “Ville e residenze di campagna nella media e bassa Valle del Metauro” di Peris Persi e Nino Finauri. Quest’ultimo venuto a chiedermi ragguagli sulla località in questione, trattata nel capitolo “Altre ville e residenze” con il titolo “Villa Val di Veltrica o Casa Ginevri”, così scriveva: “Sull’origine e il significato del toponimo, alquanto insolito, si possono fare varie ipotesi, tutte da verificare considerato che sulle mappe pontificie il vocabolo riportato è precisamente “Val di Vetrica”, come significato del nome di può pensare, alla parola latina vetus-veteris (= cose antiche), vista la supposta presenza nella zona di reperti archeologici. Quindi Val di Vetrica è sinonimo di Valle dei ruderi (ipotesi proposta da G. Pierangeli)”.

Il vocabolo “Val di Vetrica”, come a suo tempo suggerito al professor Finauri, è stato sicuramente coniato nel momento in cui, sfrattati i Minori Osservanti da Napoleone, confiscati i beni ecclesiastici, indemaniati e battuti alle pubbliche aste, era quindi necessario dare un nuovo nome al luogo occupato dagli “Zoccolanti”, un tempo castello di San Pietro di Bulgaria.

Una ricostruzione schematica dei resti del Castello di San Pietro in Bulgaria ancora oggi visibili a Valdiveltrica (disegno di G. Pierangeli).

Nel 1992, accondiscendendo alle mie insistenti richieste, l’amico Sandro geometra perugino in ferie a Marotta, mi accompagnò a Valdiveltrica. Anch’egli, non insensibile alla straordinaria bellezza del manufatto che stava ammirando, mi disse: «Bello Peppe! Ha un solo difetto… che si trova nelle Marche!!! Se fosse ubicato in Toscana o in Umbria sarebbe già stato acquistato da qualche facoltoso straniero».

 

SANTA MARIA IN CROCE

La località appare per la prima volta nel Diploma Imperiale di Ottone III, del 7 marzo 1001, dove viene nominata la Cappella o Oratorio di San Pietro in Bulgaria (Valdiveltrica) insieme al Castello e la Corte annessa (“cum Curte de Cruce”), appartenente al monastero di San Lorenzo in Campo.

Ritroviamo la chiesa di Santa Maria in Croce (“in Cruiole”) nella Bolla Pontificia di Pasquale II del 1112; in quella di Anastasio IV del 1153 e in quella di Urbano III del 1187: “Chiesa di Santa Maria in Crucielle”.

Con l’avvento Napoleonico e la successiva confisca e vendita dei beni ecclesiastici, ritroviamo nell’Avviso di Asta Pubblica della Direzione del Demanio di Ancona, del 25 febbraio 1809, per il Dipartimento del Metauro: S. Maria in Croce, Comune di Orciano, colono Giacomo Brunetti, appartenente al Monastero di San Rocco di Mondavio.

Dettaglio della mappa IGM “Mondavio” (serie 25V, 110-III-SO) basata su rilievi del 1894 e 1948. In evidenza Valdiveltrica e Santa Maria in Croce. Si noti che quest’ultima si trova nel territorio comunale di Orciano (oggi Terre Roveresche).

Il luogo è rintracciabile nella Carta di Mondavio (IGM, serie 25V, 110-III-SO Mondavio) con i vocaboli Santa Maria in Croce e Rio di Santa Maria in Croce.

 

[1] Della nobiltà e gentilezza – Francesco Seta – 1629, dato alle stampe da Giovanni Antonini (Palustro Infecondo) nel 1684 (in “Pillole di Storia” di C. De Santi – 2010)
[2] San Lorenzo in Campo, nella sua storia antica e nella vita di oggi – Costanzo Micci – 1965
[3] Bolla di Alessandro III del 1178:
– la Pieve di Santa Maria di Orciano;
– la Cappella di Sant’Eleuterio con le sue pertinenze;
– la metà del Castello di Orciano con tutti i possessi nella sua corte;
– tutta la corte di Sant’Eleuterio e tutti i possessi in Monte Avio e nel Cesano.
Per la prima volta troviamo il toponimo “Monte Avio”: Mondavio.
[4] Della nobiltà e gentilezza – Francesco Seta – 1629
[5] Il toponimo “Zoccolanti” si trova in:
– Ducato di Urbino, cartina del “Grande Atlante”, 1620
– Stati dei Serenissimi Della Rovere e territorio del Vicariato di Mondavio, cartine del 1626 eseguite da F. Mingucci
– Legazione del Ducato di Urbino, cartina del 1697
– Rappresentazione Cartografica del XVIII secolo
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